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Dignità

(1) Dignità

 Papa Francesco: "Il lavoro ci dà la dignità".

Dignita1

Dignità: concetto difficile. Ognuno deve avere coscienza della propria dignità e non dimenticarla mai in qualsiasi situazione. Dobbiamo sentirci valorizzati e non buttati via. La dignità è una linea di comportamento, nella reciprocità. È rispetto, e il sentimento profondo di sentirsi esseri umani

 Dignità personale o degli altri è la stessa cosa. È rispetto della nostra libertà (idee, comportamenti) e di quella degli altri. Completarsi nell’altro. No alla diversità come rifiuto, ma vederla come ricchezza. Dignità è accettarsi.

Dignità è accontentarsi di quello che si ha. La dignità di vita è una cosa che si apprende in famiglia. Rispettare l’altro e il diverso.

Come concetto filosofico e giuridico, la dignità di ogni essere umano è alla base di molte costituzioni e legislazioni del secondo dopoguerra. Come diritto, è stato inserito nelle leggi costituzionali ed è stato rubricato come «diritto alla dignità». Il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, recita: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e in diritti ». Nell’enunciazione del legislatore, dunque, la dignità precede i diritti, e non soltanto alfabeticamente.

Essa non è solo precondizione di una società di giustizia, ma è il grembo stesso in cui i diritti sono fecondati e generati. C’è di più. La dignità è una madre che dopo aver dato vita ai propri figli e averli nutriti, una volta che essi sono cresciuti e combattono per difendere l’umanità dalle continue aggressioni delle oligarchie e delle caste di potere, scende in campo per combattere con loro, come uno di loro. Una riflessione che trova fondamento in alcune legislazioni europee, con peculiare forza in quella tedesca.

La dignità prescinde da qualsiasi connotazione di origine, condizione sociale, censo, etnia. Secondo molti uomini di fede, in particolare i devoti delle grandi religioni monoteiste (i primi ad avere individuato nel genere umano questa titolarità), la dignità è data già dalla venuta alla luce, e per taluni,  specie i cattolici, addirittura dall’istante del concepimento.

Essa promana dall’idea di assoluto, è un attributo etico universale. È un dono del Creatore. Il Dio creatore dell’universo e di tutte le creature che lo abitano, e che ha eletto l’uomo a proprio interlocutore prediletto.

Albert Spaemann, uno dei più grandi pensatori cattolici del nostro tempo, nel suo  volumetto Tre lezioni sulla dignità della vita umana scrive: La dignità non è una qualità biologica dell’uomo. La dignità è il fondamento dell’uomo, spiega l’esistenza di diritti e doveri, della libertà e della responsabilità. La dignità ha in sé qualcosa di trascendente, di sacro, di religioso, perché solo «rappresentando» l’Assoluto l’essere umano possiede ciò che chiamiamo dignità. Questa affermazione di Albert Spaemann è suffragata dalla natura del rapporto fra il divino e l’umano sin dalle origini. La Torah racconta che la creazione dell’uomo ha come fondamento l’impronta divina. Se il divino è onore e dignità in sé, l’uomo ne partecipa ontogeneticamente. Non solo: l’essere  umano è creato dal Santo Benedetto perché sia suo interlocutore.

Adamo, il primo uomo, viene chiamato a dare nome agli esseri del creato. Nominare significa costruire una relazione con il creato stesso, attribuirgli uno statuto identitario, collaborare alla sua definizione. Generando l’essere umano, l’Eterno intende concedergli pari dignità, proporgli un dialogo fondato sulla dignità della parola. E il carattere radicale di questa volontà divina si manifesta in tutta la sua evidenza non soltanto nell’orizzonte del bene, ma anche nell’occorrenza del male. Di fronte al fratricidio commesso da Caino - la prima manifestazione della violenza -, l’Eterno non sceglie il giudizio né la condanna perentoria, bensì il dialogo. Rivolge a Caino una domanda: «Dov’è tuo fratello Abele?» E quello non si prosterna col volto a terra, riconoscendo il proprio crimine efferato e chiedendo clemenza; non sminuisce l’interrogazione divina dandone per scontato il carattere retorico; accetta invece l’invito al dialogo ponendo una controdomanda la cui improntitudine scandalizza ancora oggi: «Sono forse io il custode di mio fratello Abele?» Al di là dell’improntitudine, Caino rivendica la propria dignità di interlocutore. L’Eterno ammonirà gli uomini a non colpire il fratricida, pena la durissima conseguenza di ricevere, per ogni colpo inferto a Caino, sette volte quel colpo.

In termini di responsabilità verso l’integrità e la dignità del criminale - di cui l’umanità viene caricata - la lezione è definitiva. Tutta la Scrittura ebraica è attraversata da questo approccio. La stessa idea di patto si fonda sul riconoscimento della pari dignità fra divino e umano, ma anche fra divino e intero creato. Patto, e non diktat, che pure l’Onnipotente avrebbe potuto imporre, ma al terribile costo di rinunciare alla suprema dignità della propria santità, che lo identifica come il divino antidolatrico. È specifico delle divinità idolatriche l’imporre sottomissione con la forza e il terrore. L’Eterno del monoteismo si dichiara Santo, Kadosh, che in ebraico significa «differente», differente dall’idolo; e in ragione di tale differenza, chiede agli uomini di essere come Lui santi, differenti dagli idolatri. Essere santi significa anche non cedere alla tentazione di idolatrare il Santo Benedetto con una sottomissione cieca. Il cammino monoteista si fonda sul principio di dignità:

Abramo lo conquista con la capacità di comprendere il senso dell’esistenza umana, e colloca al centro del suo progetto la dignità della persona come fonte di assoluto. La voce dell’Assoluto che sollecita Abramo a mettersi in cammino verso sé stesso, per uscire dall’indegnità della sottomissione idolatrica e dal luogo in cui tale sottomissione regna, è indicata dagli uomini di fede come lavoce del divino; ma forse, se abbiamo il coraggio di alzare lo sguardo, possiamo svelare un orizzonte ulteriore, e intuire un senso altro nell’incipit del celebre episodio narrato dal biblista. Potremmo vedere l’assoluto in sé, scoprirci capaci di concepire valori assoluti, universali. Paradossalmente, l’Assoluto alberga nel cuore della fragilità umana, e tale fragilità ha necessità di un Garante Indiscutibile: il Divino. La dignità è il più assoluto dei valori, il più assiomatico, e prima che nell’essere umano è inscritto nella vita stessa, in ciascuna delle sue forme. Per affermarne e proteggerne lo statuto di inviolabilità dalle aggressioni del potere, dichiararne l’origine divina è stata la via maestra.

Ogni conquista del pensiero e dello spirito si inaugura con l’esordio di un nuovo linguaggio e cresce con il farsi di quel linguaggio. Le lingue del potere, della guerra, della tirannia e del privilegio sono per propria natura brutali, povere, autoreferenziali, non aperte al dialogo, all’altro. Lo furono nei tempi antichi e continuano a esserlo oggi. Esse hanno la perversa capacità di perpetuare la loro radice sterile, tossica e infestante come la gramigna. Invadono, soffocano le fragili lingue della dignità, della libertà e dell’uguaglianza, le pervertono, talora in modo così capzioso da spegnere in esse la luce che le ha generate. Eppure, nel loro impareggiabile genio, i biblisti avevano creato una lingua inaudita nel mondo idolatrico, una lingua grazie alla quale, per la prima volta nel cammino dell’umanità, si poteva ascoltare direttamente dalla voce dell’uomo l’affermazione della propria dignità per mezzo di una rivelazione.

 La rivelazione stessa consistette nell’ascolto di parole inaudite. Sono le parole del deserto, il deserto inteso come luogo di dignità in quanto spazio dell’assenza, regno del viandante, giardino dell’esilio dove si manifesta il divino assoluto che esprime la propria dignità nell’energia di una libertà incorporea.

Una voce che esce da un roveto ardente chiama alla responsabilità della leadership un transfuga dalla casa del potere, un balbuziente fattosi pastore per sessant’anni. Un pastore per guidare la prima, grande utopia di liberazione dell’uomo dalle schiavitù e dalle idolatrie per mezzo di un’elezione paradossale.

Elezione dell’ultimo, del reietto, dello schiavo, dello straniero, del ribelle, del sovversivo, del meticcio, del coacervo di genti incerte, aperte al rischio dell’alterità. Elezione del fuorilegge (habiru), ladro, anarchico, ruffiano, contrabbandiere disposto a credere all’utopia della libertà. Quel celebre riconoscimento nei riguardi della «schiuma della terra» indica una sola cosa, e cioè che l’essere umano riceve la dignità di interlocutore e di partner dell’Assoluto in quanto persona, in quanto società, in quanto popolo; non riceve la propria legittimità dai confini o dal sangue, ma dalla disponibilità ad accogliere una legge che è insieme ethos, sapere, modello di vita. Quella dignità non dipende dalle dignitates elargite da qualsivoglia potere in base a meriti militari o politici; nasce invece da un patto con l’essere umano che accoglie e riconosce in sé la dignità come valore di pensiero e di spirito. Valore che non ha prezzo, e dunque non è negoziabile. Nella lingua ebraica - il leshon ha kodesh, «lingua di santità» - l’espressione che definisce la parola   «dignità» è kavodatzmi, «onore verso sé stessi», traducibile approssimativamente con la locuzione inglese selfrespect, per significare che la dignità, sia quella personale sia quella sociale, promana dall’interiorità consapevole dell’essere umano, e di quella interiorità è prerogativa inviolabile. La lingua della dignità non è una lingua sacerdotale (il geroglifico), non è lingua di casta o di classe: è lingua di tutti e per tutti, anche nella dimensione della scrittura e nel rapporto vitale e generativo fra scrittura e oralità. Lingua dello schiavo e del meticcio che parla di amore per il prossimo, di santità della vita, di uguaglianza, di libertà, di amore per lo straniero. Lingua del profetismo che «inventa» il messianesimo come giustizia sociale, dissipando le cortine fumogene della religione intesa come rito formale e ipocrita:

Che mi importa dei vostri sacrifici senza numero? Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso dei giovenchi. Il sangue di tori, di capri e di agnelli io non lo gradisco. Quando venite a presentarvi a me, chi richiede da voi che veniate a calpestare i miei atri? Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso, sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova (Isaia, 1, 11-17).

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